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Illuminarsi


del venerabile Ajahn Brahmavamso

 

© Ass. Santacittarama, 2006. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Chandra Candiani.

 

"Dunque ero lì, in un paese straniero, impegnandomi così tanto e rinunciando a così tanto, e per cosa? Non lo sapevo affatto."

 

Quand’ero piccolo, desideravo appassionatamente diventare un guidatore di treni. Mio nonno aveva portato me e mio fratello alla stazione Euston di Londra dove mi innamorai di quelle massicce macchine d’acciaio nere e verdi che fischiavano con tanta forza. Sarebbe stato meraviglioso, sognavo, se un giorno...

Qualche anno dopo, desideravo appassionatamente illuminarmi. Avevo letto di tutto sull’illuminazione nei libri. Per un ragazzo sognatore, l’idea di vivere in permanente beatitudine e nello stesso tempo di salvare l’umanità era di un fascino irresistibile. Sarebbe stato meraviglioso, sognavo, se un giorno...

Quando per la prima volta ascoltai il racconto dell’illuminazione del signore Buddha ero ancora molti bicchieri di birra lontano dall’essere un monaco. Ero uno studente, dedito a quel genere di smoderate attività che gli studenti apprezzavano alla fine degli anni sessanta e di cui si sarebbero pentiti alla fine degli anni settanta. Ma per un certo periodo avevo meditato con alti e bassi, per lo più bassi, e avevo cominciato a notare degli inequivocabili cambiamenti nella mia vita quotidiana. Durante la festa del Vesak, alla locale Buddhist Society, mentre il venerabile monaco dello Sri Lanka leggeva la storia dell’illuminazione, mi sentii sempre più ispirato ed entusiasta. Mi piacque soprattutto il punto in cui il futuro Buddha si mise a sedere ai piedi dell’albero della Bodhi e prese la risoluzione che scosse il mondo intero: anche se il mio sangue si dovesse prosciugare e le mie ossa dovessero diventare polvere, non mi muoverò da questo posto, finché non penetrerò nella suprema e completa illuminazione.

Uhao! Col procedere della storia, un pensiero cominciò a prendere forma nella mia mente. A fatica, riuscii ad aspettare la fine dei canti. Con impazienza trangugiai la tazza di té inevitabile in quell’occasione, e finalmente mi precipitai nella mia stanza al college. Avevo ascoltato un sacco di discorsi sul buddhismo, avevo letto un’infinità di libri su questo argomento. Inoltre meditavo da un anno, quasi sempre almeno una volta alla settimana. Se ce l’aveva fatta il Buddha, perché non provarci anch’io? Ecco come, nell’arrogante stupidità della giovinezza, io, meditante novizio, che a malapena riusciva a sedere fermo per mezz’ora, decisi che era ora di illuminarsi. Presi la risoluzione: ora o mai più perché il giorno dopo avevo un esame. Chiusi a chiave la porta della mia stanza. Sedetti sul cuscino di meditazione. Mi raccolsi. Poi, pronunciai, con voce profonda, chiara, solenne:

"Anche se il mio sangue si dovesse prosciugare e le mie ossa dovessero diventare polvere, non mi muoverò da questo cuscino finché anch’io non mi sarò illuminato."

Proprio così. Basta col perdere tempo. Ero mortalmente serio.

Quaranta minuti dopo ero in piena agonia. Anche se il mio sangue sembrava liquido come sempre e le mie ossa ancora distinguibili, il male alle ginocchia mi spediva all’inferno. Quello che mi preoccupava seriamente era che, passata un’ora e mezza, non avevo ancora visto le luci tanto attese brillare e lampeggiare. Nemmeno un luccichìo per segnalare che mi stavo avvicinando. Era deprimente e molto doloroso. Mi arresi. Mi alzai delusissimo. Non illuminarmi aveva rovinato tutta la giornata.

Qualche anno dopo, un po’ più assennato, anche se solo un po’, mi trovavo all’ aeroporto di Londra in partenza per la Thailandia e mi accomiatavo da due bhikkhu thailandesi. Andavo a Bangkok per ricevere l’ordinazione. Ricordo ancora le parole di commiato del bhikkhu più anziano, che era allora il mio insegnante: "Per favore, ritorna, quando ti sei illuminato." Avevo programmato di restare in Thailandia come monaco per due anni al massimo. Avevo detto a parenti e amici che avrei fatto ritorno non appena trascorse due estati. Dopo tutto, due anni interi come monaco buddhista in Thailandia sarebbero stati sicuramente sufficienti per consentire l’illuminazione anche ad una persona dall’intelligenza un po’ scarsa. Per quanto mi concerneva, io avevo una laurea, dunque non avevo dubbi che sarei tornato in Inghilterra, nel giro di due anni, illuminato. Una volta ottenuta questa cosa straordinaria, mi sarei sposato e sarei andato a vivere in una comune, in Galles naturalmente. Avevo già fatto ricerche prima di partire.

Dopo due anni di percorso, stava diventando evidente che questa impresa dell’illuminazione non sarebbe stata così facile. Per qualche ragione, benché fossi un occidentale, laureato a pieni voti in un’ottima università, mi comportavo molto più stupidamente dei monaci thailandesi che avevano a malapena la licenza elementare di una scuola di paese. La mia presunzione aveva bisogno di un lungo lavoro di martello. La cosa strana era che, benché non fossi ancora illuminato, godevo della pace, della semplicità e della moralità della vita monastica. Non volevo andarmene. Il progetto della comune in Galles aveva perso il suo fascino.

Nel mio quarto ritiro delle piogge avevo tentato l’impossibile. In Thailandia, era giunta voce dell’acquisto di Chithurst House e che si era formato un Sangha in Inghilterra che aveva bisogno di più bhikkhu. Ecco una grande occasione per illuminarsi. Stavo in un monastero molto tranquillo. La mia pratica di meditazione procedeva spedita. Gli auspici erano tutti favorevoli. E infine: accadde!

Una sera, camminando sul mio sentiero di meditazione, la mente già calma dopo lunghe ore di sedute, compresi all’improvviso la causa di tutti i problemi e il mio cuore provò immediatamente la gioia della liberazione. Attorno tutto sembrava fulgente. La beatitudine colmava tutto il mio essere. Avevo energia e chiarezza in abbondanza. Benché fosse notte alta, sedetti in meditazione, perfettamente consapevole, perfettamente fermo. Poi mi sdraiai per riposare, dormendo, oh tanto lievemente, per poche ore. Mi alzai alle tre ed ero il primo in sala per la meditazione del mattino. Sedetti fino all’alba senza sforzo e senza la più lieve sonnolenza. Proprio così! Era una gioia incommensurabile essere illuminato. Peccato che non durasse a lungo.

Il monastero in cui tutto questo si svolse era molto povero e il cibo era assai scadente. Era quel genere di monastero thailandese del nord-est, in cui ti sentivi felice di mangiare solo un pasto al giorno, trovando iniquo affrontare tale tremenda prova due volte in un giorno. Tuttavia, il giorno dopo la mia esperienza di "liberazione", il cibo era più accettabile. Insieme con l’alimento base che consisteva in curry di pesce marcio, stufato di pesciolini mantenuti nel modo più antigienico finché non sarebbero andati a male, c’era un tegame di curry di maiale. Quel giorno anche l’abate thailandese visibilmente si ritrasse alla vista del maleodorante pesce stufato e prese un’enorme porzione di curry di maiale. Non me ne curai, ero il secondo della fila e ne restava tantissimo per me. Tuttavia, la pentola di maiale non mi arrivò mai. L’abate versò il curry di maiale rimasto in mezzo al pesce marcio stufato e mescolò il tutto dicendo che tanto si sarebbe comunque mischiato nello stomaco. Ero furibondo. Razza d’ipocrita! Se lo pensava davvero, allora perché non aveva mischiato i curry prima di servirsi. Sbirciai rabbioso dentro il tegame che lui mi porgeva: i marci maleodoranti pezzi di pesce gommoso che galleggiavano fianco a fianco col mio delizioso maiale, il mio unico pasto felice rovinato. Oh, quell’abate, ero furioso con lui! Ero pieno di rabbia! Poi, un pensiero mi colpì, come un tonfo deprimente, o meglio come un disgustoso splash nel fango: forse non ero affatto illuminato. Si presume che gli illuminati non si arrabbino. Agli arahant non interessa mangiare pesce putrido piuttosto che delizioso maiale. Dovevo ammettere di essere arrabbiato, e perciò dovevo desumere di non essere illuminato. Che delusione! Profondamente depresso, mi misi nella ciotola un mestolo di pesce marcio con maiale. Ero troppo frustrato per notare il sapore del cibo quel giorno.

Nonostante questi singhiozzi spirituali causati da indigestione dharmica (una forma di cattiva assimilazione degli insegnamenti), i miei anni successivi di bhikkhu produssero sicuramente risultati di maggiore tranquillità, chiarezza e gioia. Furono gli umili insight, le comprensioni che arrivano senza suono di fanfara, a risultare più efficaci. Il mio desiderio di diventare illuminato mi appariva ora sospettosamente affine al desiderio della mia infanzia di diventare guidatore di treno, o più tardi alla mia ambizione di diventare il primo astronauta inglese... un calciatore professionista... primo chitarrista in un complesso rock... il miglior amante del college... (è troppo imbarazzante menzionare le mie altre aspirazioni). In un certo senso voler diventare illuminato era anche più insensato. Per lo meno una qualche idea di cosa significasse guidare un treno ce l’avevo. Riguardo all’illuminazione, non ero affatto sicuro di cosa fosse! E ogni volta che avevo tentato di scoprirlo chiedendolo a uno dei monaci anziani, non avevo mai ottenuto una risposta chiara. Dunque ero lì, in un paese straniero, mangiando pesce marcio e cose anche peggiori, sopportando voraci zanzare e caldo senza fine, sforzandomi tanto e a tanto rinunciando, e per cosa? Nemmeno lo sapevo. Dunque l’unica cosa razionale da fare era rinunciare a cercare di illuminarmi finché non avessi saputo cos’era l’illuminazione! Non volevo rinunciare a essere un bhikkhu, questo l’avevo compreso e aveva un senso. Dovevo solo smettere di seguire le mie fantasie, e la mia idea di illuminazione era l’ultima fantasia.

L’altra faccia dell’insight è che raramente si pensa di essere saggi "adesso", nel presente, perché si è sommersi dal pensiero di quanto si è stati stupidi prima. Come potevo essere stato tanto ottuso? E’ scritto in così tanti testi buddhisti ed è sottolineato da tanti bravi insegnanti, che DIVENTARE E’ SOFFERENZA, diventare qualsiasi cosa. Il Buddha, parlando chiaro come sempre, sottolineò con veemenza che non proponeva alcun divenire. Diventare è quel che fa l’Io tutto il giorno. Diventare modella l’identità. Diventare è la pelle che tiene insieme la bolla del sé. Smetti ogni diventare e l’illusione è in frantumi.

Dunque, quella fu la fine del mio sforzo di diventare illuminato. Mi concentrai invece sulla domanda riguardante CHI volesse diventare illuminato, ammesso che esistesse un qualcuno. Investigai il non-sé, che è assai più illuminante del cercare di diventare illuminati. Ma ancora le persone mi rivolgono, come ad altri bhikkhu, la domanda fondamentale: sei illuminato? Ora ho una splendida replica, che ho plagiato dal compianto Venerabile Ananda Mangala Mahanayakathera (so che non se ne curerebbe), che, da straordinario maestro qual era, diede la risposta perfetta a questa domanda:

"No, sir! - rispondeva il venerabile thera di Sri Lanka - Non sono illuminato. Ma sono in buona parte eliminato!"

° ° ° ° ° °

AJAHN Brahmavamso nasce a Londra nel 1951. Il suo primo contatto col buddhismo avviene sfogliando dei libri in una libreria di Londra quando è ancora studente. Infatti studia fisica alla Cambridge University e in quel periodo diventa membro della locale Buddhist Society e comincia a praticare la meditazione. Dopo essersi laureato col massimo dei voti, insegna fisica alle scuole superiori in Devon. Il contatto con i bhikkhu thailandesi di Londra lo ispira ad andare in Thailandia per intraprendere anche lui la vita monastica cosicché,a 23 anni, riceve l’ordinazione al Wat Sraket con Tan Chao Khun Prom Gunaphorn.

Dal 1975 studia e pratica con Ajahn Chah ed è uno dei primi residenti a Wat Pah Nanachat. Nel 1983 raggiunge il venerabile Jagaro al Bodhinyana, un monastero appena fondato a Perth, nell’Australia occidentale, dove tuttora vive, adesso come abate. Si impegna attivamente nel programma principale di strutturazione ed oggi insegna buddhismo a un uditorio vasto e vario, che va dai bambini ai prigionieri della zona.

Il venerabile Brahmavamso è noto nella comunità dei monaci occidentali per la sua erudizione nel Vinaya, il codice di condotta monastica, e il suo lavoro in questo campo è attualmente fondamentale per l’istruzione nel Vinaya degli occidentali presenti nei monasteri in Inghilterra, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda.

 

Source : http://santacittarama.altervista.org/insegnamenti.htm

 

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