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Da piccolo avevo una vignetta
preferita. Le vignette spesso riescono a catturare concisamente
ciò che richiederebbe del tempo se dovesse essere spiegato a parole -
comunque questa vignetta una didascalia ce l’aveva. Era il disegno di un
immenso capannone, chiuso su tutti i lati, ma con qualche piccolo
lucernario. Ad un’estremità di questo immenso capannone c’era una porta,
e sopra di essa la scritta “Fabbrica di Prodotti Suini". Davanti c’era
una lunga e assai ordinata fila di maiali, alcuni dei quali in
sovrappeso, che, leggendo giornali e chiacchierando, erano in attesa di
varcare l’ingresso della fabbrica. In cima alla vignetta due giovani
maialini si arrampicavano eroicamente, cercando di scappare attraverso i
lucernari ed ecco che uno dei maiali di mezz’età – doveva essere più o
meno mio coetaneo – alza lo sguardo dalla sua copia del Wall Street
Journal e vedendo questi due piccoli maialini, esclama “Questo è il
problema delle giovani generazioni del giorno d’oggi: tutto quello a cui
pensano è evadere dalla realtà”. Quello che il maiale vedeva erano dei
giovani maialini del tutto irresponsabili che stavano evadendo
attraverso le finestrelle per la luce, ma quanto può apparire
irresponsabile visto da una prospettiva può, visto da un’altra, sembrare
abbastanza razionale ed intelligente. Ovviamente, se uno sa cos’è un
prodotto suino, è inverosimile che se ne stia così ordinatamente in fila,
ma la maggior parte delle persone nel mondo – volendo proseguire con la
similitudine – sono maiali che non sanno di essere carne di maiale, non
sanno dove stanno andando.
L’attitudine buddhista è sempre quella di cercare di aprirsi ed
includere tutta la realtà dei fatti, qualsiasi aspetto influisca su di
una situazione. Non è un insegnamento che consiste in un determinato
numero di dogmi da accettare o respingere. L’incoraggiamento è a
guardare, a ri-conoscere il nostro stato, la nostra esistenza come
esseri umani. Ajahn Chah ha detto: “Il tempo sta fuggendo via. In questo
preciso istante, cosa state facendo? Come state vivendo la vostra
vita?”.
Cos’è una buona vita? Possiamo guardare a vari oggetti materiali e,
percependone le qualità, affermare “sì, quella è una buona automobile;
quello è un buon apparecchio; quella è una buona opera d’arte”. Ma cos’è
una vita di qualità? Cosa significa? Il Buddha ha indicato avijja,
l’ignoranza, quale condizione primaria della carenza qualitativa nelle
nostre vite. Per ignoranza non si intende un’insufficienza di conoscenze
nel campo della matematica o della fisica o della ragioneria, ma un
difetto di conoscenza del modo in cui le cose sono, del reale
significato della nostra vita umana. Vijja, conoscenza, vuol dire
avere un interesse profondo per la nostra condizione umana, sviluppare
una mente dedita all’investigazione, che indaghi davvero su questa
esistenza. Che cos’è questo corpo? Cosa è questa mente? Cosa sono le
sensazioni, le percezioni, i pensieri? Che cosa è la coscienza
sensoriale? Dov’è la nostra individualità?
Una delle cose che ci aiuta a provare interesse per la vita, invece che
trascinarci ciecamente alla deriva, è il prendere in esame la nostra
mortalità. Ci sono alcuni dati di fatto molto ovvi, che sono innegabili
per buddhisti, cristiani, adepti dello sciamanesimo o Druidi che siamo.
Essendo nati, giorno dopo giorno diveniamo più vecchi; avremo esperienza
della vecchiaia – a meno che non dovessimo morire prima di allora – e
poi conosceremo la morte. Il maestro Zen Suzuki Roshi ha paragonato la
vita ad una nave, che dispiega le sue vele nel mezzo dell’oceano, e poi
affonda, e io direi che questo è un dato inconfutabile. A partire dalla
nascita, la vita umana va avanti nel processo d’invecchiamento fino alla
vecchiaia, la malattia, e la morte. Il fatto è che assai raramente si
riflette su questo, a meno che la persona non sia molto dedita al
sentiero spirituale.
Il non riflettere su questi temi incide sui nostri valori, influisce
sulle nostre scelte, ed ha un effetto su ciò a cui ci interessiamo e a
cui diamo significato. Le cose amate e quelle detestate sono
condizionate dal nostro mancato riconoscimento della mortalità. Chi
conosce Carlos Castaneda ricorderà Don Juan che gli rivela di agire come
se la sua vita dovesse durare mille anni. Don Juan dimentica di essere
mortale, mentre è proprio ricordando che la morte pende sul capo che si
divieni un guerriero, le cui singole azioni hanno significato e dignità.
Non si può dire che il senso della vita venga sottratto dalla condizione
di mortalità: se infatti vivessimo per centinaia o migliaia di anni, da
dove nascerebbe l’urgenza di porre rimedio alle cose che vanno male, di
risolvere i nostri contrasti ed il senso di reciproca alienazione? Se
invece siamo coscienti di quanto breve, fragile e preziosa sia la nostra
esistenza umana, ci rendiamo conto di non avere il tempo di indulgere in
umori ed emozioni insignificanti, piccole sciocche gelosie ed avversioni.
Immemori della nostra mortalità, dimentichiamo la nostra morte imminente,
consentendo a queste cose di avviluppare completamente la mente, fino al
punto di una totale distorsione del senso complessivo di cosa è
importante e di cosa non lo è.
C’è una graziosa storia conservata nei commentari della tradizione
indiana, risalente a duemila anni fa, al tempo del re Asoka. Molti di
voi conosceranno la fama di Asoka come un grande re guerriero, di grande
crudeltà e di grandi successi. Ad un certo punto, però, Asoka incominciò
a vedere il kamma terribilmente cattivo che stava generando e
voltò pagina, per divenire un grande imperatore buddhista, il cui nobile
regno da allora non fu più emulato. I suoi programmi di benessere
sociale per uomini ed animali furono assolutamente notevoli. Lungo le
strade istituì luoghi di ristoro dove i viaggiatori potessero sostare a
riposarsi, come pure ricoveri per il bestiame. Il re Asoka fu quindi un
sovrano illuminato – secondo l’accezione comune del termine – e i suoi
saggi editti furono incisi sulle colonne di Asoka, delle quali alcuni
resti sono visibili ancora oggi.
Nella storia (esattamente fino a che punto sia vera, non ne sono sicuro)
il fratello minore era geloso del grande potere del fratello maggiore
che regnava su un vasto impero. Sognava che un giorno il potere di
quest’ultimo avrebbe potuto essere il suo, e che egli sarebbe potuto
diventare l’imperatore. I suoi sogni si andavano moltiplicando fino al
punto che iniziò ad escogitare come avrebbe potuto portare a termine un
colpo di stato. A volte nell’attraversare la sala del trono vi si
ritrovava come attratto magneticamente. Si guardava intorno da un lato
all’altro e poi strisciava furtivamente sul trono, fantasticando su come
sarebbe stato se lui, anziché suo fratello, fosse stato l’imperatore di
tutta l’India. Com’è risaputo nei palazzi anche le mura hanno le
orecchie, ci sono spie ovunque, nascoste dietro le tende, per cui un
comportamento del genere non è destinato a rimanere a lungo senza essere
riferito. L’imperatore Asoka, così, si accorse presto di quello che
stava succedendo, per cui fece arrestare suo fratello e lo fece scortare
al suo cospetto per un’udienza. “Tutti i tuoi piani sono stati scoperti”
– disse – “e tra sette giorni avverrà la tua esecuzione”. Le gambe di
suo fratello si indebolirono e divennero come gelatina, ed implorò pietà.
Il re Asoka allora gli rispose “Visto che sei mio fratello, e che sono
un imperatore compassionevole, ho intenzione di concederti di ottenere
la realizzazione dei tuoi desideri per gli ultimi sette giorni della tua
vita. Non sarai costretto a languire in una prigione sotterranea
infestata da topi e a mangiare pane ed acqua, ma avrai la possibilità di
trascorrere gli ultimi sette giorni prima dell’esecuzione come se fossi
tu l’imperatore. Io mi ritirerò a meditare e a riposarmi un po’, e tu
potrai prendere il mio posto, ed essere l’imperatore per sette giorni.
Però non potrai abbandonare il cuore del regno, questo palazzo. Saranno
poste delle guardie ad ogni porta ed ogni accesso, ma il reame interno
al palazzo sarà tutto tuo. Le cortigiane danzanti sono lì fuori che ti
aspettano con i loro strumenti musicali, e stanno preparando il cibo; la
realizzazione di ogni tuo desiderio ti attende. Sarà tua per sette
giorni”.
Fu così che il re Asoka se ne andò in ritiro per sette giorni. Al suo
ritorno suo fratello fu condotto nuovamente al suo cospetto: “Bene,
com’è andata? E’ stato così bello come ti aspettavi? Ti è piaciuto?”. Il
fratello sembrava smagrito, pallido e smunto – “No…. no….”
“Cosa c’è che non va? Le danzatrici non sono splendide? Il cibo non è
delizioso? Il vino non è spumeggiante? Il potere non è inebriante?”
“No….”
“Allora, cos’è andato male?”
“Ogni volta che cominciavo a godermela un po'” – rispose il fratello –
“guardavo in alto e vedevo uno di quegli inflessibili soldati piantato
alla porta o davanti la finestra con la sua lancia e spada. A quel punto
allora mi ricordavo “solo cinque giorni sono rimasti… altri quattro
giorni… e poi sarò costretto ad abbandonare tutto questo e la mia testa
verrà tagliata”. Il re disse: “fratello, tu hai imparato la lezione.
L’esecuzione è revocata. Sei graziato”.
Il significato della storia è ovvio, cioè che il ricordo della morte
getta una luce completamente nuova sull’indulgere e l’essere incoscienti.
Cose che prima erano sembrate così seducenti, così reali e desiderabili,
avevano perso improvvisamente la loro apparenza e cessato di essere
desiderabili.
Il fratello dell’imperatore Asoka, sebbene sollevato dalla condanna a
morte, non ottenne l’esonero dalla morte stessa. La sua situazione era
esattamente identica, visto che sarebbe potuto facilmente morire in
quello stesso giorno ucciso da una qualsiasi altra cosa. Ci sono molte
occasioni di ammalarsi, molte occasioni di morire. Questo nostro corpo
che ci portiamo in giro è molto fragile, e molto prezioso. Lungi dal
denigrare l’esistenza umana, il Buddha e i suoi discepoli hanno
sottolineato il valore di questa vita per il fatto che le nostre
possibilità di sperimentare piacere e dolore sono a un livello
appropriato per il sorgere di intuizione profonda, comprensione e
saggezza. Se nascessimo in uno stato celeste, sarebbe come soggiornare
in una località di villeggiatura a cinque stelle da qualche parte in
riva al mare – ma anche le vacanze a cinque stelle incominciano ad
annoiare dopo che qualche giorno è trascorso. La vita in un regno
paradisiaco sarebbe continuamente come il primo giorno passato in una
meravigliosa località di villeggiatura, con gente che si aggira per
tutto il tempo affaccendata in attività dedicate a noi. Immaginate che
sia come un disco graffiato, per cui non si fa altro che continuare a
tornare indietro ad incontrare gli stessi splendidi amici, ancora e poi
ancora e ancora e ancora… Non si possiede memoria. E’ un po’ così. Si
può trovare molto difficile sedere e tollerare i disagi della posizione
a gambe incrociate, o sostenere la ricerca in direzione del lasciar
andare gli attaccamenti e i desideri non salutari. Di contro, un regno
paradisiaco, è semplicemente troppo piacevole per sviluppare un tale
interesse. Non si sa quanto tempo è trascorso fino al momento in cui,
improvvisamente, ti accorgeresti che i fiori intorno al tuo collo stanno
incominciando ad appassire e che gli altri deva stanno iniziando a
tenersi a distanza, rendendosi conto del processo in atto. Il tuo corpo
inizia ad emanare un cattivo odore, e tu non sarai mai più uno che
appartiene a quella bellissima gente. Al successivo segno di decadenza
che scoprirai, perderai quella condizione, per ritrovarti in un luogo di
gran lunga meno piacevole. Un regno paradisiaco è proprio come una
sukha-vedana, una sensazione piacevole, e il piacere è semplicemente
troppo intenso perché si possa essere saggi al riguardo, mentre in un
regno infernale il dolore è semplicemente troppo intenso perché sia
possibile sviluppare pace mentale e saggezza. Il regno umano è invece
una parentesi di emozioni, le quali possono tutte insegnarci il Dhamma,
insegnarci la verità dell’impermanenza, dell’instabilità,
dell’insicurezza, del non-sé. Come esseri umani abbiamo la capacità di
fermarci, guardare, imparare dalla nostra esperienza, e di prendere
coscienza della Verità. Questa vita è di gran valore, e può essere usata
per trascendere tutta la sofferenza e l’intero ciclo della rinascita.
Possiamo rispondere alla sua preziosità dando grande cura ed attenzione
alle nostre azioni, a come agiamo verso il mondo fisico, a come agiamo
nell’universo sociale che abitiamo, a come usiamo le nostre menti e come
usiamo la facoltà della saggezza.
Nell’insegnamento del Buddha c’è un triplice addestramento di sila,
samadhi e pañña, ossia l’addestramento della condotta,
l’addestramento della mente, e l’addestramento della saggezza. E’
un’educazione per tutta la nostra vita, qualcosa che portiamo con noi
fino al nostro ultimo respiro, essere costantemente inclini a modi della
parola e dell’azione che esprimano bontà, saggezza e compassione,
coltivando quindi nel cuore queste nobili qualità.
Le quattro qualità cardinali che il Buddha ha insegnato a sviluppare nei
nostri cuori sono chiamate brahmavihara. Per prima c’è metta,
il senso di gentilezza e di buon augurio per tutti gli esseri. Metta
non significa dover amare tutti. Anche se si elegge a proprio ideale,
penso che si troverebbe estremamente difficile da attuare, questo nutre
una sensibilità emotiva fatta di amore imparziale per per ogni singolo.
Il senso di buona predisposizione, l’augurarsi che gli altri siano
felici, è invece un aspetto che è possibile coltivare, ad esempio nella
capacità di contenere l’antipatia senza attaccarsi ulteriormente ad essa,
ma accettarla proprio in quanto un’ulteriore cosa verso cui esprimere
benevolenza. Resistere al desiderio di annientare, distruggere e
sbarazzarsi, con un senso di sollecitudine per tutto ciò che vive,
questa è una qualità che nobilita il cuore.
Quanto più si comprende la sofferenza e si è capaci di guardarla
direttamente aprendosi alla sua natura pervasiva, tanto più sorge
karuna, la compassione, che non coincide con il desiderio che la
sofferenza non esista. La compassione infatti non considera la
sofferenza come minacciosa o spaventosa. E non è neppure una sorta di
pietà condiscendente. La compassione sorge naturalmente da una
penetrazione del carattere pervasivo della sofferenza della vita.
Mudita è l’abilità di gioire della bontà e del successo degli
altri. Il suo opposto è il sentirsi oppressi, minacciati oppure
oltraggiati da tale bontà. Come ci si sente quando si vede che quelle
stesse aspirazioni a cui tendiamo nella nostra vita vengono espresse da
altri con più perfezione e bellezza che non in noi stessi? Può essere
abbastanza naturale provarne gelosia, e questo è quanto molto spesso
accade nel cuore non educato, ma non deve necessariamente essere così.
Con la qualità di mudita diventa possibile per noi ripulire quel tipo di
reazione e di mediocrità del cuore, e gioire per quant’è meraviglioso
che qualcuno possa essere così gentile, che possa essere così saggio, e
così intelligente ed articolato, e che possa essere….. Si può usare
questa gioia compartecipe come meditazione, e vedere che le buone
qualità e i buoni risultati altrui rendono più ricco ciascuno di noi:
quando si è capaci di vedere che non ci diminuiscono, ma che ne siamo
arricchiti, allora tutta la meschinità e la gelosia possono
semplicemente dissolversi.
Upekkha in questo contesto è serenità della mente. E’
paragonabile alla marcia neutra di un’automobile – prima di poter
ingranare una marcia bisogna passare per quella neutra. Ci può essere un
sincero desiderio di rendere gli altri felici oppure di ridurre o
eliminare la loro sofferenza, ma, per una qualche ragione, ci si ritrova
incapaci di farlo. Può darsi che non sia la situazione giusta, o che la
persona in questione non ci rispetti abbastanza per poter raccogliere il
nostro consiglio, o potrebbe essere che ci stiamo esprimendo miseramente
e maldestramente nei nostri sforzi di aiutare, non avendo scelto il
momento o il luogo appropriati – può darsi insomma che per qualche
motivo non funzioni. L’ingratitudine o il disprezzo per il nostro
tentativo d’aiuto mostrato da qualcuno possono ferirci molto. In casi
del genere possiamo dimorare nell’equanimità, che è il riconoscimento
che tutti siamo i titolari delle nostre azioni e nasciamo dalle nostre
azioni, che non possiamo portare via il kamma di quella persona
dalla persona stessa, ma che possiamo restare comunque pronti. In
qualsiasi momento la situazione dovesse mutare, in qualunque momento
fossimo in una posizione per poter fare qualcosa di positivo, noi lo
faremo. In una condizione in cui l’azione non farebbe altro che
peggiorare le cose, possiamo restare in pace con noi stessi. in
equanimità, che non è un’ottusa indifferenza che dice “va bene, se è
così che la pensi, tu vattene per la tua strada che io me ne andrò per
la mia”. E’ un’umile ammissione che al momento non possiamo fare nulla,
ma restano una prontezza e una disponibilità, una generosità di base del
cuore, che è pronto a mettersi da parte e a fare quanto è necessario
quand’è possibile che sia fatto bene, per il giovamento e la felicità di
tutti quelli che sono coinvolti.
A volte i buddhisti sono accusati di essere eccessivamente passivi - “si
trovano nel mezzo di situazioni incredibilmente ingiuste, circondati
tutt’intorno dalla sofferenza, e tutto quello che fanno è semplicemente
starsene seduti, chiudere gli occhi e pensare ‘che tutti possano essere
felici!’. Pensano che sia tutto lì, credono di aver fatto quello che
c’era da fare.” Io ritengo che quest’accusa sia ingiusta per una serie
di motivi. In primo luogo, non negherei certamente il potere di quel
tipo di attività che viene denigrato da una simile visione, poiché
l’influenza creata dall’intenzione salutare e da quel genere di
meditazione è incredibile. Mi hanno raccontato che in California alcune
compagnie assicurative riducono il premio delle polizze sulla salute a
chi può provare di avere qualcuno che pregherà per lui qualora dovesse
cadere malato. Ci sono prestigiose istituzioni che hanno dimostrato che
questo ha realmente effetto, anche se tu non sai che c’è qualcuno che
sta pregando per te.
A parte il tangibile ed oggi sempre più riconosciuto potere della mente
concentrata, la critica è anche male impostata, in quanto basata su di
uno studio piuttosto superficiale degli insegnamenti del Buddha, che
sono assai spesso travisati in quanto decontestualizzati – e gli
insegnamenti del Buddha erano sempre inseriti in un contesto.
C’è un altro gruppo di dhamma correlati a queste quattro qualità
interiori, e sono le modalità attraverso cui queste ultime trovano
espressione nel mondo. La prima è la qualità di dana, il dare,
che è il dono di beni materiali, la condivisione della propria ricchezza
o di qualsiasi cosa una persona possieda. Come laici probabilmente si
possiedono denaro o beni da poter condividere con coloro che si trovano
in una condizione di sofferenza e meno agiata economicamente. Come
monaci non possediamo molto da condividere, ma nella nostra comunità,
quando ci viene offerto qualcosa, lo condividiamo tra noi. L’intenzione
di dare e condividere è importante. C’è anche il dono del perdono a chi
ci ha fatto del male, intenzionalmente o non intenzionalmente,
apertamente o alle nostre spalle, il dono della disponibilità a lasciar
andare ogni senso di risentimento o negatività che proviamo. E quando si
perdona l’altro, l’altro perdona noi. Credo che questa sia una verità
davvero profonda della quale fare esperienza è possibile.
Possiamo anche offrire conoscenze, abilità acquisite, cose studiate ed
apprese che risulteranno di beneficio ad altri, senza tenerle
esclusivamente per noi stessi, pensando “io so tutte queste cose che
altri non sanno. Sono stato monaco per vent’anni. Non ho intenzione di
insegnare a nessun altro, così potrò preservare la mia posizione sulla
cima del mucchio.” Non trovate che sarei una figura abbastanza
vergognosa se la pensassi in questo modo? Il Buddha stesso ha detto “non
ho una mano chiusa, una mano avara. Condivido tutto quello che so, che
vi sarà di giovamento”. Il dono supremo è il dono del Dhamma, il dono di
comprendere come sconfiggere le contaminazioni e sviluppare le qualità
benefiche al fine di prendere coscienza della Verità. Questa è dunque la
prima qualità, la qualità di dana.
La seconda qualità è piyavaca, la parola amabile: un parlare che
è un piacere ascoltare, un tesoro che arriva al cuore, è garbato,
gentile, appropriato, fedele al vero e saggio, parole che la gente
custodisce dentro di sé e ricorda. E’ meraviglioso se qualcuno si
avvicina e ti dice: “ti ricordi di quando mi hai detto quella cosa, tre
mesi fa? Non ho mai dimenticato quello che hai detto quel giorno. Ha
avuto un così grande significato per me.” Forse vi è capitato di fare
un’esperienza del genere. Quella è piyavaca, la parola da cuore a
cuore, appropriata e ponderata, colma di gentilezza amorevole, con
l’augurio che la persona che l’ascolterà ne riceverà giovamento.
Atthacariya è servizio sociale, atti di benevolenza che esprimono
buona volontà in termini comunitari. Fare le cose senza il bisogno che
ci venga chiesto, vedere che c’è una cosa che va fatta e farla molto
silenziosamente, senza che nessun altro debba saperlo, non andare in
cerca della lode, non mirare al riconoscimento, ma semplicemente gioire
nel fare qualcosa che è di beneficio al gruppo, alla comunità, alla
propria famiglia, al monastero, o a chiunque altro. Non deve essere
qualcosa di eroico, ma azioni molto piccole, molto accorte, ponderate.
Sono queste le gocce, il “goccia dopo goccia” che riempie il vaso di
qualità salutari, bontà e gentilezza, in virtù dell’aspirazione ad agire
momento per momento secondo ciò che è salutare, gentile ed utile - ecco
come la mente diviene ripulita.
L’ultima di queste qualità è samannata, il comportarsi
appropriatamente e correttamente in ciascuna comunità. Quello che
ostacola questa qualità è la considerazione di sé, nelle sue diverse
espressioni. C’è un senso di presunzione, atimana, legato al credere di
conoscere tutto – “su questo punto ho scordato più di quanto voi non
riuscirete mai a saperne!!”. Ti ritieni superiore. Pensi che tu hai
ragione e gli altri hanno torto, che tu sai tutto e loro non sanno
nulla. Quest’atteggiamento è un ostacolo all’armonia, alla coesione
sociale, e ad un’atmosfera salutare all’interno di una comunità. Poi,
accanto ad atimana, c’è mana, l’ordinaria considerazione di sé – “Io
sono bravo quanto te. Chi sei tu per dirmi cosa dovrei fare? Siamo tutti
uguali!” E c’è l’attaccamento a questa opinione. Oppure c’è un “non sono
capace di fare nulla. Chiunque è migliore di me. Non oso fare niente che
qualcun altro potrebbe vedere, perché questi si prenderebbe solo gioco
di me. Sono così disperato.” Questo è un altro tipo di considerazione di
sé. Abbiamo dunque considerazione di superiorità, uguaglianza ed
inferiorità che ci impediscono di vivere noi stessi come membri pieni e
completi della società di cui facciamo parte. Queste idee di chi siamo,
di essere qualcosa in particolare, di “io sono questo” ed “io sono
quello” le lasciamo andare vedendo che sono basate su di un modo erroneo
di guardare. Sareste veramente in grado di indicare un particolare
tratto caratteriale e di affermare che “quello è ciò che veramente
sono”? Quando ci soffermiamo ad investigare, vediamo che “io sono
realmente senza speranza”, “io sono realmente grande”, “questo è ciò che
sono realmente nella mia essenza”, “io sono questo” ed “io sono quello”
sono tutte semplicemente convenzioni.
Nel Buddhismo si pratica in modo da armonizzare l’interiorità con
l’esterno. All’interno c'è la coltivazione di gentilezza amorevole,
compassione, gioia empatica ed equanimità, che viene esternata con atti
di benevolenza e accortezza, con il parlare amabilmente, attraverso il
servizio sociale, con serenità d’espressione ed appropriatezza nella
propria condotta verso le persone con cui ci troviamo ad interagire
nelle particolari situazioni. La sensibilità ci guida verso ciò che è
appropriato, giusto e vero, anzichè alla reazione condizionata e a false
idee in merito a chi noi siamo e a come dovremmo essere percepiti.
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