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La Grande Fuga


del venerabile Ajahn Jayasaro

 

© Ass. Santacittarama, 2006. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Giuliana Martini.

 

Discorso offerto al monastero internazionale, Wat Pah Nanachat, Thailandia, il 10 maggio 2000.  Pubblicato in inglese nel 'Forest Sangha Newsletter', n. 65, luglio 2003. 
 

Da piccolo avevo una vignetta preferita. Le vignette spesso riescono a catturare concisamente ciò che richiederebbe del tempo se dovesse essere spiegato a parole - comunque questa vignetta una didascalia ce l’aveva. Era il disegno di un immenso capannone, chiuso su tutti i lati, ma con qualche piccolo lucernario. Ad un’estremità di questo immenso capannone c’era una porta, e sopra di essa la scritta “Fabbrica di Prodotti Suini". Davanti c’era una lunga e assai ordinata fila di maiali, alcuni dei quali in sovrappeso, che, leggendo giornali e chiacchierando, erano in attesa di varcare l’ingresso della fabbrica. In cima alla vignetta due giovani maialini si arrampicavano eroicamente, cercando di scappare attraverso i lucernari ed ecco che uno dei maiali di mezz’età – doveva essere più o meno mio coetaneo – alza lo sguardo dalla sua copia del Wall Street Journal e vedendo questi due piccoli maialini, esclama “Questo è il problema delle giovani generazioni del giorno d’oggi: tutto quello a cui pensano è evadere dalla realtà”. Quello che il maiale vedeva erano dei giovani maialini del tutto irresponsabili che stavano evadendo attraverso le finestrelle per la luce, ma quanto può apparire irresponsabile visto da una prospettiva può, visto da un’altra, sembrare abbastanza razionale ed intelligente. Ovviamente, se uno sa cos’è un prodotto suino, è inverosimile che se ne stia così ordinatamente in fila, ma la maggior parte delle persone nel mondo – volendo proseguire con la similitudine – sono maiali che non sanno di essere carne di maiale, non sanno dove stanno andando. 

L’attitudine buddhista è sempre quella di cercare di aprirsi ed includere tutta la realtà dei fatti, qualsiasi aspetto influisca su di una situazione. Non è un insegnamento che consiste in un determinato numero di dogmi da accettare o respingere. L’incoraggiamento è a guardare, a ri-conoscere il nostro stato, la nostra esistenza come esseri umani. Ajahn Chah ha detto: “Il tempo sta fuggendo via. In questo preciso istante, cosa state facendo? Come state vivendo la vostra vita?”.

Cos’è una buona vita? Possiamo guardare a vari oggetti materiali e, percependone le qualità, affermare “sì, quella è una buona automobile; quello è un buon apparecchio; quella è una buona opera d’arte”. Ma cos’è una vita di qualità? Cosa significa? Il Buddha ha indicato avijja, l’ignoranza, quale condizione primaria della carenza qualitativa nelle nostre vite. Per ignoranza non si intende un’insufficienza di conoscenze nel campo della matematica o della fisica o della ragioneria, ma un difetto di conoscenza del modo in cui le cose sono, del reale significato della nostra vita umana. Vijja, conoscenza, vuol dire avere un interesse profondo per la nostra condizione umana, sviluppare una mente dedita all’investigazione, che indaghi davvero su questa esistenza. Che cos’è questo corpo? Cosa è questa mente? Cosa sono le sensazioni, le percezioni, i pensieri? Che cosa è la coscienza sensoriale? Dov’è la nostra individualità?

Una delle cose che ci aiuta a provare interesse per la vita, invece che trascinarci ciecamente alla deriva, è il prendere in esame la nostra mortalità. Ci sono alcuni dati di fatto molto ovvi, che sono innegabili per buddhisti, cristiani, adepti dello sciamanesimo o Druidi che siamo. Essendo nati, giorno dopo giorno diveniamo più vecchi; avremo esperienza della vecchiaia – a meno che non dovessimo morire prima di allora – e poi conosceremo la morte. Il maestro Zen Suzuki Roshi ha paragonato la vita ad una nave, che dispiega le sue vele nel mezzo dell’oceano, e poi affonda, e io direi che questo è un dato inconfutabile. A partire dalla nascita, la vita umana va avanti nel processo d’invecchiamento fino alla vecchiaia, la malattia, e la morte. Il fatto è che assai raramente si riflette su questo, a meno che la persona non sia molto dedita al sentiero spirituale.

Il non riflettere su questi temi incide sui nostri valori, influisce sulle nostre scelte, ed ha un effetto su ciò a cui ci interessiamo e a cui diamo significato. Le cose amate e quelle detestate sono condizionate dal nostro mancato riconoscimento della mortalità. Chi conosce Carlos Castaneda ricorderà Don Juan che gli rivela di agire come se la sua vita dovesse durare mille anni. Don Juan dimentica di essere mortale, mentre è proprio ricordando che la morte pende sul capo che si divieni un guerriero, le cui singole azioni hanno significato e dignità. Non si può dire che il senso della vita venga sottratto dalla condizione di mortalità: se infatti vivessimo per centinaia o migliaia di anni, da dove nascerebbe l’urgenza di porre rimedio alle cose che vanno male, di risolvere i nostri contrasti ed il senso di reciproca alienazione? Se invece siamo coscienti di quanto breve, fragile e preziosa sia la nostra esistenza umana, ci rendiamo conto di non avere il tempo di indulgere in umori ed emozioni insignificanti, piccole sciocche gelosie ed avversioni. Immemori della nostra mortalità, dimentichiamo la nostra morte imminente, consentendo a queste cose di avviluppare completamente la mente, fino al punto di una totale distorsione del senso complessivo di cosa è importante e di cosa non lo è.

C’è una graziosa storia conservata nei commentari della tradizione indiana, risalente a duemila anni fa, al tempo del re Asoka. Molti di voi conosceranno la fama di Asoka come un grande re guerriero, di grande crudeltà e di grandi successi. Ad un certo punto, però, Asoka incominciò a vedere il kamma terribilmente cattivo che stava generando e voltò pagina, per divenire un grande imperatore buddhista, il cui nobile regno da allora non fu più emulato. I suoi programmi di benessere sociale per uomini ed animali furono assolutamente notevoli. Lungo le strade istituì luoghi di ristoro dove i viaggiatori potessero sostare a riposarsi, come pure ricoveri per il bestiame. Il re Asoka fu quindi un sovrano illuminato – secondo l’accezione comune del termine – e i suoi saggi editti furono incisi sulle colonne di Asoka, delle quali alcuni resti sono visibili ancora oggi.

Nella storia (esattamente fino a che punto sia vera, non ne sono sicuro) il fratello minore era geloso del grande potere del fratello maggiore che regnava su un vasto impero. Sognava che un giorno il potere di quest’ultimo avrebbe potuto essere il suo, e che egli sarebbe potuto diventare l’imperatore. I suoi sogni si andavano moltiplicando fino al punto che iniziò ad escogitare come avrebbe potuto portare a termine un colpo di stato. A volte nell’attraversare la sala del trono vi si ritrovava come attratto magneticamente. Si guardava intorno da un lato all’altro e poi strisciava furtivamente sul trono, fantasticando su come sarebbe stato se lui, anziché suo fratello, fosse stato l’imperatore di tutta l’India. Com’è risaputo nei palazzi anche le mura hanno le orecchie, ci sono spie ovunque, nascoste dietro le tende, per cui un comportamento del genere non è destinato a rimanere a lungo senza essere riferito. L’imperatore Asoka, così, si accorse presto di quello che stava succedendo, per cui fece arrestare suo fratello e lo fece scortare al suo cospetto per un’udienza. “Tutti i tuoi piani sono stati scoperti” – disse – “e tra sette giorni avverrà la tua esecuzione”. Le gambe di suo fratello si indebolirono e divennero come gelatina, ed implorò pietà. Il re Asoka allora gli rispose “Visto che sei mio fratello, e che sono un imperatore compassionevole, ho intenzione di concederti di ottenere la realizzazione dei tuoi desideri per gli ultimi sette giorni della tua vita. Non sarai costretto a languire in una prigione sotterranea infestata da topi e a mangiare pane ed acqua, ma avrai la possibilità di trascorrere gli ultimi sette giorni prima dell’esecuzione come se fossi tu l’imperatore. Io mi ritirerò a meditare e a riposarmi un po’, e tu potrai prendere il mio posto, ed essere l’imperatore per sette giorni. Però non potrai abbandonare il cuore del regno, questo palazzo. Saranno poste delle guardie ad ogni porta ed ogni accesso, ma il reame interno al palazzo sarà tutto tuo. Le cortigiane danzanti sono lì fuori che ti aspettano con i loro strumenti musicali, e stanno preparando il cibo; la realizzazione di ogni tuo desiderio ti attende. Sarà tua per sette giorni”.

Fu così che il re Asoka se ne andò in ritiro per sette giorni. Al suo ritorno suo fratello fu condotto nuovamente al suo cospetto: “Bene, com’è andata? E’ stato così bello come ti aspettavi? Ti è piaciuto?”. Il fratello sembrava smagrito, pallido e smunto – “No…. no….”
“Cosa c’è che non va? Le danzatrici non sono splendide? Il cibo non è delizioso? Il vino non è spumeggiante? Il potere non è inebriante?”
“No….”
“Allora, cos’è andato male?”
“Ogni volta che cominciavo a godermela un po'” – rispose il fratello – “guardavo in alto e vedevo uno di quegli inflessibili soldati piantato alla porta o davanti la finestra con la sua lancia e spada. A quel punto allora mi ricordavo “solo cinque giorni sono rimasti… altri quattro giorni… e poi sarò costretto ad abbandonare tutto questo e la mia testa verrà tagliata”. Il re disse: “fratello, tu hai imparato la lezione. L’esecuzione è revocata. Sei graziato”.

Il significato della storia è ovvio, cioè che il ricordo della morte getta una luce completamente nuova sull’indulgere e l’essere incoscienti. Cose che prima erano sembrate così seducenti, così reali e desiderabili, avevano perso improvvisamente la loro apparenza e cessato di essere desiderabili.

Il fratello dell’imperatore Asoka, sebbene sollevato dalla condanna a morte, non ottenne l’esonero dalla morte stessa. La sua situazione era esattamente identica, visto che sarebbe potuto facilmente morire in quello stesso giorno ucciso da una qualsiasi altra cosa. Ci sono molte occasioni di ammalarsi, molte occasioni di morire. Questo nostro corpo che ci portiamo in giro è molto fragile, e molto prezioso. Lungi dal denigrare l’esistenza umana, il Buddha e i suoi discepoli hanno sottolineato il valore di questa vita per il fatto che le nostre possibilità di sperimentare piacere e dolore sono a un livello appropriato per il sorgere di intuizione profonda, comprensione e saggezza. Se nascessimo in uno stato celeste, sarebbe come soggiornare in una località di villeggiatura a cinque stelle da qualche parte in riva al mare – ma anche le vacanze a cinque stelle incominciano ad annoiare dopo che qualche giorno è trascorso. La vita in un regno paradisiaco sarebbe continuamente come il primo giorno passato in una meravigliosa località di villeggiatura, con gente che si aggira per tutto il tempo affaccendata in attività dedicate a noi. Immaginate che sia come un disco graffiato, per cui non si fa altro che continuare a tornare indietro ad incontrare gli stessi splendidi amici, ancora e poi ancora e ancora e ancora… Non si possiede memoria. E’ un po’ così. Si può trovare molto difficile sedere e tollerare i disagi della posizione a gambe incrociate, o sostenere la ricerca in direzione del lasciar andare gli attaccamenti e i desideri non salutari. Di contro, un regno paradisiaco, è semplicemente troppo piacevole per sviluppare un tale interesse. Non si sa quanto tempo è trascorso fino al momento in cui, improvvisamente, ti accorgeresti che i fiori intorno al tuo collo stanno incominciando ad appassire e che gli altri deva stanno iniziando a tenersi a distanza, rendendosi conto del processo in atto. Il tuo corpo inizia ad emanare un cattivo odore, e tu non sarai mai più uno che appartiene a quella bellissima gente. Al successivo segno di decadenza che scoprirai, perderai quella condizione, per ritrovarti in un luogo di gran lunga meno piacevole. Un regno paradisiaco è proprio come una sukha-vedana, una sensazione piacevole, e il piacere è semplicemente troppo intenso perché si possa essere saggi al riguardo, mentre in un regno infernale il dolore è semplicemente troppo intenso perché sia possibile sviluppare pace mentale e saggezza. Il regno umano è invece una parentesi di emozioni, le quali possono tutte insegnarci il Dhamma, insegnarci la verità dell’impermanenza, dell’instabilità, dell’insicurezza, del non-sé. Come esseri umani abbiamo la capacità di fermarci, guardare, imparare dalla nostra esperienza, e di prendere coscienza della Verità. Questa vita è di gran valore, e può essere usata per trascendere tutta la sofferenza e l’intero ciclo della rinascita. Possiamo rispondere alla sua preziosità dando grande cura ed attenzione alle nostre azioni, a come agiamo verso il mondo fisico, a come agiamo nell’universo sociale che abitiamo, a come usiamo le nostre menti e come usiamo la facoltà della saggezza. 

Nell’insegnamento del Buddha c’è un triplice addestramento di sila, samadhi e pañña, ossia l’addestramento della condotta, l’addestramento della mente, e l’addestramento della saggezza. E’ un’educazione per tutta la nostra vita, qualcosa che portiamo con noi fino al nostro ultimo respiro, essere costantemente inclini a modi della parola e dell’azione che esprimano bontà, saggezza e compassione, coltivando quindi nel cuore queste nobili qualità.

Le quattro qualità cardinali che il Buddha ha insegnato a sviluppare nei nostri cuori sono chiamate brahmavihara. Per prima c’è metta, il senso di gentilezza e di buon augurio per tutti gli esseri. Metta non significa dover amare tutti. Anche se si elegge a proprio ideale, penso che si troverebbe estremamente difficile da attuare, questo nutre una sensibilità emotiva fatta di amore imparziale per per ogni singolo. Il senso di buona predisposizione, l’augurarsi che gli altri siano felici, è invece un aspetto che è possibile coltivare, ad esempio nella capacità di contenere l’antipatia senza attaccarsi ulteriormente ad essa, ma accettarla proprio in quanto un’ulteriore cosa verso cui esprimere benevolenza. Resistere al desiderio di annientare, distruggere e sbarazzarsi, con un senso di sollecitudine per tutto ciò che vive, questa è una qualità che nobilita il cuore.

Quanto più si comprende la sofferenza e si è capaci di guardarla direttamente aprendosi alla sua natura pervasiva, tanto più sorge karuna, la compassione, che non coincide con il desiderio che la sofferenza non esista. La compassione infatti non considera la sofferenza come minacciosa o spaventosa. E non è neppure una sorta di pietà condiscendente. La compassione sorge naturalmente da una penetrazione del carattere pervasivo della sofferenza della vita.

Mudita è l’abilità di gioire della bontà e del successo degli altri. Il suo opposto è il sentirsi oppressi, minacciati oppure oltraggiati da tale bontà. Come ci si sente quando si vede che quelle stesse aspirazioni a cui tendiamo nella nostra vita vengono espresse da altri con più perfezione e bellezza che non in noi stessi? Può essere abbastanza naturale provarne gelosia, e questo è quanto molto spesso accade nel cuore non educato, ma non deve necessariamente essere così. Con la qualità di mudita diventa possibile per noi ripulire quel tipo di reazione e di mediocrità del cuore, e gioire per quant’è meraviglioso che qualcuno possa essere così gentile, che possa essere così saggio, e così intelligente ed articolato, e che possa essere….. Si può usare questa gioia compartecipe come meditazione, e vedere che le buone qualità e i buoni risultati altrui rendono più ricco ciascuno di noi: quando si è capaci di vedere che non ci diminuiscono, ma che ne siamo arricchiti, allora tutta la meschinità e la gelosia possono semplicemente dissolversi.

Upekkha in questo contesto è serenità della mente. E’ paragonabile alla marcia neutra di un’automobile – prima di poter ingranare una marcia bisogna passare per quella neutra. Ci può essere un sincero desiderio di rendere gli altri felici oppure di ridurre o eliminare la loro sofferenza, ma, per una qualche ragione, ci si ritrova incapaci di farlo. Può darsi che non sia la situazione giusta, o che la persona in questione non ci rispetti abbastanza per poter raccogliere il nostro consiglio, o potrebbe essere che ci stiamo esprimendo miseramente e maldestramente nei nostri sforzi di aiutare, non avendo scelto il momento o il luogo appropriati – può darsi insomma che per qualche motivo non funzioni. L’ingratitudine o il disprezzo per il nostro tentativo d’aiuto mostrato da qualcuno possono ferirci molto. In casi del genere possiamo dimorare nell’equanimità, che è il riconoscimento che tutti siamo i titolari delle nostre azioni e nasciamo dalle nostre azioni, che non possiamo portare via il kamma di quella persona dalla persona stessa, ma che possiamo restare comunque pronti. In qualsiasi momento la situazione dovesse mutare, in qualunque momento fossimo in una posizione per poter fare qualcosa di positivo, noi lo faremo. In una condizione in cui l’azione non farebbe altro che peggiorare le cose, possiamo restare in pace con noi stessi. in equanimità, che non è un’ottusa indifferenza che dice “va bene, se è così che la pensi, tu vattene per la tua strada che io me ne andrò per la mia”. E’ un’umile ammissione che al momento non possiamo fare nulla, ma restano una prontezza e una disponibilità, una generosità di base del cuore, che è pronto a mettersi da parte e a fare quanto è necessario quand’è possibile che sia fatto bene, per il giovamento e la felicità di tutti quelli che sono coinvolti.

A volte i buddhisti sono accusati di essere eccessivamente passivi - “si trovano nel mezzo di situazioni incredibilmente ingiuste, circondati tutt’intorno dalla sofferenza, e tutto quello che fanno è semplicemente starsene seduti, chiudere gli occhi e pensare ‘che tutti possano essere felici!’. Pensano che sia tutto lì, credono di aver fatto quello che c’era da fare.” Io ritengo che quest’accusa sia ingiusta per una serie di motivi. In primo luogo, non negherei certamente il potere di quel tipo di attività che viene denigrato da una simile visione, poiché l’influenza creata dall’intenzione salutare e da quel genere di meditazione è incredibile. Mi hanno raccontato che in California alcune compagnie assicurative riducono il premio delle polizze sulla salute a chi può provare di avere qualcuno che pregherà per lui qualora dovesse cadere malato. Ci sono prestigiose istituzioni che hanno dimostrato che questo ha realmente effetto, anche se tu non sai che c’è qualcuno che sta pregando per te.

A parte il tangibile ed oggi sempre più riconosciuto potere della mente concentrata, la critica è anche male impostata, in quanto basata su di uno studio piuttosto superficiale degli insegnamenti del Buddha, che sono assai spesso travisati in quanto decontestualizzati – e gli insegnamenti del Buddha erano sempre inseriti in un contesto.

C’è un altro gruppo di dhamma correlati a queste quattro qualità interiori, e sono le modalità attraverso cui queste ultime trovano espressione nel mondo. La prima è la qualità di dana, il dare, che è il dono di beni materiali, la condivisione della propria ricchezza o di qualsiasi cosa una persona possieda. Come laici probabilmente si possiedono denaro o beni da poter condividere con coloro che si trovano in una condizione di sofferenza e meno agiata economicamente. Come monaci non possediamo molto da condividere, ma nella nostra comunità, quando ci viene offerto qualcosa, lo condividiamo tra noi. L’intenzione di dare e condividere è importante. C’è anche il dono del perdono a chi ci ha fatto del male, intenzionalmente o non intenzionalmente, apertamente o alle nostre spalle, il dono della disponibilità a lasciar andare ogni senso di risentimento o negatività che proviamo. E quando si perdona l’altro, l’altro perdona noi. Credo che questa sia una verità davvero profonda della quale fare esperienza è possibile.

Possiamo anche offrire conoscenze, abilità acquisite, cose studiate ed apprese che risulteranno di beneficio ad altri, senza tenerle esclusivamente per noi stessi, pensando “io so tutte queste cose che altri non sanno. Sono stato monaco per vent’anni. Non ho intenzione di insegnare a nessun altro, così potrò preservare la mia posizione sulla cima del mucchio.” Non trovate che sarei una figura abbastanza vergognosa se la pensassi in questo modo? Il Buddha stesso ha detto “non ho una mano chiusa, una mano avara. Condivido tutto quello che so, che vi sarà di giovamento”. Il dono supremo è il dono del Dhamma, il dono di comprendere come sconfiggere le contaminazioni e sviluppare le qualità benefiche al fine di prendere coscienza della Verità. Questa è dunque la prima qualità, la qualità di dana.

La seconda qualità è piyavaca, la parola amabile: un parlare che è un piacere ascoltare, un tesoro che arriva al cuore, è garbato, gentile, appropriato, fedele al vero e saggio, parole che la gente custodisce dentro di sé e ricorda. E’ meraviglioso se qualcuno si avvicina e ti dice: “ti ricordi di quando mi hai detto quella cosa, tre mesi fa? Non ho mai dimenticato quello che hai detto quel giorno. Ha avuto un così grande significato per me.” Forse vi è capitato di fare un’esperienza del genere. Quella è piyavaca, la parola da cuore a cuore, appropriata e ponderata, colma di gentilezza amorevole, con l’augurio che la persona che l’ascolterà ne riceverà giovamento.

Atthacariya è servizio sociale, atti di benevolenza che esprimono buona volontà in termini comunitari. Fare le cose senza il bisogno che ci venga chiesto, vedere che c’è una cosa che va fatta e farla molto silenziosamente, senza che nessun altro debba saperlo, non andare in cerca della lode, non mirare al riconoscimento, ma semplicemente gioire nel fare qualcosa che è di beneficio al gruppo, alla comunità, alla propria famiglia, al monastero, o a chiunque altro. Non deve essere qualcosa di eroico, ma azioni molto piccole, molto accorte, ponderate. Sono queste le gocce, il “goccia dopo goccia” che riempie il vaso di qualità salutari, bontà e gentilezza, in virtù dell’aspirazione ad agire momento per momento secondo ciò che è salutare, gentile ed utile - ecco come la mente diviene ripulita.

L’ultima di queste qualità è samannata, il comportarsi appropriatamente e correttamente in ciascuna comunità. Quello che ostacola questa qualità è la considerazione di sé, nelle sue diverse espressioni. C’è un senso di presunzione, atimana, legato al credere di conoscere tutto – “su questo punto ho scordato più di quanto voi non riuscirete mai a saperne!!”. Ti ritieni superiore. Pensi che tu hai ragione e gli altri hanno torto, che tu sai tutto e loro non sanno nulla. Quest’atteggiamento è un ostacolo all’armonia, alla coesione sociale, e ad un’atmosfera salutare all’interno di una comunità. Poi, accanto ad atimana, c’è mana, l’ordinaria considerazione di sé – “Io sono bravo quanto te. Chi sei tu per dirmi cosa dovrei fare? Siamo tutti uguali!” E c’è l’attaccamento a questa opinione. Oppure c’è un “non sono capace di fare nulla. Chiunque è migliore di me. Non oso fare niente che qualcun altro potrebbe vedere, perché questi si prenderebbe solo gioco di me. Sono così disperato.” Questo è un altro tipo di considerazione di sé. Abbiamo dunque considerazione di superiorità, uguaglianza ed inferiorità che ci impediscono di vivere noi stessi come membri pieni e completi della società di cui facciamo parte. Queste idee di chi siamo, di essere qualcosa in particolare, di “io sono questo” ed “io sono quello” le lasciamo andare vedendo che sono basate su di un modo erroneo di guardare. Sareste veramente in grado di indicare un particolare tratto caratteriale e di affermare che “quello è ciò che veramente sono”? Quando ci soffermiamo ad investigare, vediamo che “io sono realmente senza speranza”, “io sono realmente grande”, “questo è ciò che sono realmente nella mia essenza”, “io sono questo” ed “io sono quello” sono tutte semplicemente convenzioni. 

Nel Buddhismo si pratica in modo da armonizzare l’interiorità con l’esterno. All’interno c'è la coltivazione di gentilezza amorevole, compassione, gioia empatica ed equanimità, che viene esternata con atti di benevolenza e accortezza, con il parlare amabilmente, attraverso il servizio sociale, con serenità d’espressione ed appropriatezza nella propria condotta verso le persone con cui ci troviamo ad interagire nelle particolari situazioni. La sensibilità ci guida verso ciò che è appropriato, giusto e vero, anzichè alla reazione condizionata e a false idee in merito a chi noi siamo e a come dovremmo essere percepiti. 
 

Source : http://santacittarama.altervista.org/insegnamenti.htm

 

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