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La fondazione di
Wat Pah Pong


del venerabile Ajahn Jayasaro

 

© Ass. Santacittarama, 2006. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Traduzione di Sara Bellettato: "In onore del mio papà thailandese,
Wijit Kumpiyaphol, che è morto il 23 maggio 2549"

Dal Forest Sangha Newsletter, N. 76 (www.fsnewsletter.amaravati.org)

 

 

L’8 marzo 1954 il sole rosso stava già scendendo sotto la foresta davanti a loro. Mentre Ajahn Chah e i suoi discepoli camminavano verso ovest dal villaggio di Bahn Gor, la terra screpolata delle risaie presto lasciò spazio agli alberi, dapprima sparsi, ritti e solitari nella calura, e poi sempre più lussureggianti, disseminando la carreggiata con gradite chiazze d’ombra. La foresta di Pong, la loro destinazione, troneggiava davanti a loro, densa e fresca. Nonostante il frinire assordante delle cicale, mentre appendevano le loro glot (zanzariere supportate da un grande ombrello) al limitare della foresta, i bhikkhu trovarono la presenza di Pah Pong calma e benevola.

Era un luogo che possedeva forti associazioni per Ajahn Chah: ricordava che, durante la sua prima infanzia, Luang Boo Sow era passato di là, e aveva per qualche giorno appeso la sua glot nella Foresta di Pong. Il padre di Ajahn Chah era uscito un mattino con alcuni amici per offrire del cibo al grande monaco e alla sera Ajahn Chah aveva ascoltato affascinato il resoconto di suo padre. Era la prima volta che sentiva parlare di monaci itineranti che vivevano una vita austera nella giungla. Ricordava sempre quanto suo padre fosse stato colpito dal fatto che Ajahn Sow avesse mangiato tutto il suo cibo dalla ciotola, invece che dai piatti come facevano i monaci del villaggio. Ricordava anche la leggera perplessità di suo padre riguardo allo stile dell’insegnamento di Ajahn Sow, "Non era per niente come un vero sermone", si era lamentato. "Era semplicemente come un discorso normale".

Molti anni più tardi Ajahn Chah ricordava: "Quando mi incamminai e cominciai io stesso a praticare, le parole di mio padre erano sempre con me. Ogni volta che tornavo a casa in visita, la mia mente si rivolgeva a questa foresta. Una volta, Ajahn Dee di Pibun e Luang Por Put passarono di qua e gli abitanti del villaggio li invitarono a restare nella Foresta di Pong. Ma loro dissero che non potevano restare. Ajahn Dee disse "Non è il nostro posto. Non possiamo restare. Non manca molto a che arrivi il vero proprietario". Luang Por Put ne parla ancora oggi."

Il mattino seguente il gruppo di monaci entrò nella foresta apparentemente impenetrabile per la prima volta, assieme agli abitanti del villaggio di Bahn Gor che, davanti a loro, stavano con mani esperte facendo strada attraverso l’ostinato groviglio di rampicanti e il fitto sottobosco con i loro machete.

Finalmente, nel fresco cuore della foresta, si fermarono.

Gli abitanti del villaggio dai fisici asciutti, bagnati di sudore che scorreva sui simboli protettivi tatuati sulla pelle, si acquattarono in cerchio, arrotolando sigarette. I monaci si sedettero poco lontano, con Ajahn Chah ai piedi di un imponente albero di mango, bevendo acqua dalle loro borracce di bambù, e la tranquillità dell’aria attorno a loro.

Un gruppo di donne si era incamminato al seguito dei monaci. Dopo una breve pausa, si unirono ai loro compaesani nel rimuovere metodicamente tutte le liane, ceppi e spine nei dintorni del vecchio albero di mango.

Ripulire le terre era un lavoro di cui gli abitanti del villaggio erano esperti, e presto cominciò a delinearsi uno spazio aperto tra i grandi alberi ombrosi, creando una atmosfera riposante quasi come in un parco, nel bel mezzo della fitta e aggrovigliata giungla che li circondava. Ai piedi di alcuni degli alberi più grandi appena oltre il confine di questa area, furono ripulite piccole aree quadrate perché i monaci potessero appendere le loro glot. I monaci stessi, a cui non era permesso dalla Vinaya di scavare la terra o di distruggere la vita delle piante, davano il loro contributo trascinando i rami tagliati nella foresta e spazzando le aree sgombrate dalla vegetazione. Ci fu una pausa a mezzogiorno, e gli abitanti del villaggio consumarono il loro pasto di riso glutinoso e pesce fermentato che avevano portato da casa, assieme ad alcune foglie raccolte nella foresta lungo la strada, e poi ancora, con il sole sopra le loro teste che filtrava tra le ampie pozze d’ombra in calde chiazze di luce, si ritornò al ritmo pacato del lavoro. Nel tardo pomeriggio un rudimentale sentiero era stato ricavato al limitare della foresta, e dopo essersi accomiatati da Ajahn Chah, i laici si avviarono per la prima volta lungo quel sentiero, affrettandosi un poco per raggiungere le loro case prima del buio. Nel cuore della foresta, mentre l’oscurità si insediava, i monaci sedevano in meditazione nelle loro glot.

Il mattino presto, alcuni giorni dopo, un gruppo di volontari provenienti dai villaggi di Bahn Gor e Bahn Glang vennero per costruire delle kuti per i monaci e ampliare le zone sgombrate. Portavano con loro pezzi di sottile canna di yaka per i tetti e intagliarono i principali pilastri e travi dagli alberi attorno a loro. Gli uomini ricavavano con abilità delle lunghe strisce dal bambù, che venivano intrecciate per farne stuoie per i pavimenti, mentre le donne attaccavano larghe foglie secche alle intelaiature di bambù per le pareti. Entro sera, erano state completate quattro capanne - alloggi semplici, ma sufficienti per le necessità dei monaci. La fragilità di questi ripari non poteva nasconderne l’importanza. La loro creazione, nello spazio di un giorno, aveva trasformato la presenza dei monaci nella foresta da ospiti rispettosi della sua pace e ombra, a gentili abitatori.

La Foresta di Pong, la nuova dimora dei monaci, possedeva una certa notorietà tra la popolazione locale. Nei tempi passati, la pozza d’acqua dolce situata verso il suo confine settentrionale, ora prosciugata, aveva attirato molti animali selvatici, tigri e elefanti inclusi. Ad aggiungersi alla sua fama poco incoraggiante, c’era anche la credenza diffusa che uno spirito guardiano duro e vendicativo l’avesse fino ad allora protetta dalle intrusioni umane.

Stranamente, Ajahn Chah, che di solito era molto schietto e aperto nella sua opposizione alle superstizioni, non andò mai contro questa credenza. Una volta spiegò ad alcuni ospiti: "Quando venni ad abitare qui per la prima volta, era un posto davvero duro per viverci: non c’era nessuna delle costruzioni che vedete ora, non c’era altro che foresta. Non occorre che vi dica che non c’erano strade; entrare e uscire era molto difficile. I contadini locali vivevano molto lontano. Non si azzardavano ad entrare nella foresta perché lo spirito guardiano di qui era molto feroce. Questo spirito una volta era un mandriano di elefanti, che attraversava spesso la foresta nelle sue spedizioni per catturare gli elefanti e poi li faceva abbeverare allo stagno sulla via del ritorno. Alla fine si stabilì qui per proteggere la foresta, ed è grazie a lui che quando venni a vivere qui c’era ancora della foresta che era sopravvissuta, altrimenti sarebbe probabilmente stata completamente abbattuta molto tempo fa. Una volta alcuni abitanti dei villaggi di Bahn Bok e Bahn Peung riuscirono ad aprire un varco e disboscare piccoli appezzamenti di terreno, e piantarono riso e verdure, ma tutti fecero una brutta fine. Le persone che entravano nella foresta e tagliavano gli alberi, tendevano a morire per cause misteriose. Patate selvatiche crescevano in abbondanza nella foresta, ma nessuno osava toccarle. Fu solo dopo che io venni a vivere qui che le persone cominciarono a coltivare più vicino al limitare della foresta".

Nel plenilunio di marzo, il primo uposatha (Giorno di Osservanza) da quando i monaci erano arrivati nella foresta, circa una dozzina di laici venne a trascorrere il giorno e la notte per praticare assieme al Sangha. Alle sette, terminati i canti, mentre si affievoliva l’ultima luce del giorno, Ajahn Chah cominciò a esporre il Dhamma, la sua voce energica e convincente. Mentre le parole fluivano sempre più, sicuramente egli fu illuminato dai raggi della luna appena sorta. E poi, quasi senza preavviso, nella piena ondata del suo discorso, Ajahn Chah improvvisamente tacque. Molti dei suoi ascoltatori si ritrovarono con gli occhi spalancati di sorpresa, salutati dalla vista del loro maestro che sedeva nella luce lunare, immobile e composto come una immagine del Buddha. Dopo qualche attimo, Ajahn Chah disse loro:

" State seduti tranquillamente. Se dovesse accadere qualcosa di strano, non c’è bisogno di allarmarsi."

E poi, senza altre spiegazioni, riprese il suo discorso. Pochi minuti dopo, una luce brillante, come una cometa, apparse nel cielo a nord est della piccola zona liberata dalla boscaglia in cui sedevano, passò molto bassa sopra le loro teste e cadde verso terra a sud-est. L’intera foresta era immersa in una luce abbagliante. Nonostante l’avvertimento, monaci e laici erano profondamente emozionati nell’assistere a quello che consideravano ovviamente come un segno di buon auspicio per il nuovo monastero. Ajahn Chah comunque non prestò nessuna attenzione alla luce, e continuò il suo discorso di Dhamma come se nulla fosse accaduto. Gradualmente, la magia e il potere della sua esposizione ristabilirono la sua presa sul pubblico.

Ajahn Chah non parlò mai dell’accaduto. Ciononostante, il mattino seguente, quando guidò un piccolo gruppo di laici a marcare con dei paletti i confini del nuovo monastero, non passò inosservato il fatto che i confini che scelse, che includevano un’area di circa sessantasette acri, erano governati dai punti in cui la strana luce era sorta e tramontata.

 

Source : http://santacittarama.altervista.org/insegnamenti.htm

 

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